Quello che possiamo sapere
Dicotomico, profetico, amaramente speranzoso: un romanzo per riflettere sulle sorti del mondo contemporaneo.
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Difficile classificare questo capolavoro: il suo autore l’ha definita una science fiction senza science, contiene elementi del romanzo distopico e del crime. Che il materiale sia troppo è opinione di alcuni, a parer mio Quello che possiamo sapere è un romanzo dicotomico, arduo, sbilanciato e, per questo, letterario; forza gli schemi e le convenzioni con ardire, apre la pista a nuove soluzioni narrative, pur guardando alla letteratura anglofona del passato, da L’isola del tesoro di Stevenson a Fahrenheit 451 di Bradbury. D’altra parte Ian Mcewan, la cui prosa spazia da opere realistiche ad altre cupe e paradossali, è uno degli autori contemporanei più apprezzati dalla critica.


Quello che possiamo sapere è un’opera dicotomica innanzitutto perché parla contemporaneamente di due epoche, il recente passato degli anni dieci del Duemila e un futuro non troppo lontano, quello del 2119. La voce narrante, infatti, è quella del professore universitario Thomas Metcalfe, studioso di letteratura specializzato nel periodo tra il 1990 e il 2030. Il problema del professore è di vivere nell’epoca successiva al cosiddetto Grande Disastro, una crisi climatica che ha stravolto l’assetto geografico, politico ed economico globale. Thomas vive in un’Inghilterra sommersa dal mare e ridotta a un arcipelago (si pensi alla science-fiction di J.G. Ballard, Il mondo sommerso), dove la famosa Bodleian Library di Oxford è stata spostata sulle pendici del Monte Snowdon e non è affatto semplice raggiungerla. Il futuro di cui ci parla McEwan è un futuro drasticamente impoverito di essere umani, di specie e di invenzioni, ma dove l’umanità ancora resiste. Thomas Metcalfe, pur accogliendo una visione positiva della storia per cui l’umanità non è arrivata al limite estremo dell’autoannientamento, non riesce ad essere appagato dal suo presente; è anzi convinto di essere nato nel tempo sbagliato e si aggrappa con forza al passato, nella convinzione che questo non possa semplicemente sparire. La sua non è solo la ricerca di un professore, è un’ossessione, e consiste nel ritrovare l’unica copia manoscritta del poemetto Corona per Vivien, scritto nel 2014 dal famoso poeta Francis Blundy in occasione del compleanno della moglie.

Questo è lo scheletro narrativo che permette a McEwan di parlare del tempo contemporaneo a noi lettori da una prospettiva altra, evidenziandone le crisi non con un tono drammatico, ma piuttosto sconsolato e nostalgico, come lo sguardo che Thomas rivolge a un mondo molto più ricco di risorse e di bellezza di quello ormai “immiserito” (p. 130) in cui si trova a vivere. L’autore si sofferma sull’emergenza climatica del nostro presente, ma anche sulle tensioni internazionali; basti pensare che l’Inondazione che ha sommerso l’Inghilterra è causata dalle ostilità militari tra la Russia e l’Occidente, mentre in Medio Oriente gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran per sventare l’arricchimento nucleare del paese arabo. Ricordiamo che il romanzo è stato pubblicato nel 2025. L’autore propone anche uno squarcio sui possibili futuri sviluppi e regolamentazioni legati all’IA e una riflessione profonda sull’enorme quantità di dati e informazioni che la nostra epoca condivide e produce, riflessione che dà il titolo al libro.

Ma i nostri biografi, storici e critici i cui oggetti di studio sono stati attivi dal 2000 in avanti hanno a disposizione da più di un secolo ciò che l’era di Blundy ha ariosamente battezzato «cloud», una nube in espansione costante come un gigantesco cumulonembo estivo, pur consistendo semplicemente di apparecchiature di archiviazione dati. […] Ma anche così, ci sono ovvi limiti alle possibilità che abbiamo di comprendere. È raro che una mail o un sms contengano riflessioni personali interessanti quanto quelle di una meditata lettera del diciannovesimo o del ventesimo secolo. (pp.21, 22)

 

A sopravvivere è stata in compenso una valanga di informazioni, innumerevoli strati di dettagli senza importanza. Abbastanza da travolgerci. Sappiamo ad esempio che Francis Blundy amava molto le mele. (p.16)

 

Francis Blundy amava molto le mele ma la sua Corona non si trova, o almeno non ancora.

Viene da chiedersi cosa se ne faranno i posteri di tutte le informazioni che riempiono i cluod del mondo? Sopravviverà ciò che è importante o l’inessenziale? Sopravviverà la verità su di noi, come generazione e come singoli individui, o solo menzogne?

Ancora, McEwan si domanda se riusciremo a «vedere il baratro che separa la poesia com’era veramente da ciò che è diventata nella cultura» (p. 97). D’altra parte, un autore come McEwan che scrive con la voce di un critico letterario non poteva non interrogarsi anche sulla sorte degli Human studies e sulla loro autorità e utilità nel futuro. Un piccolo anticipo: i riconoscimenti loro attribuiti non saranno molti.


Quello che possiamo sapere è un romanzo duplice e dicotomico anche perché la seconda parte è completamente differente dalla prima e cambia, innanzitutto, la voce narrante. Lasciamo al lettore il gusto di scoprire di chi si tratta, qui basti dire che la quete del manoscritto misterioso prende i toni di un accattivante crime. Sicuramente molte vicende si rivelano diversissime da come Thomas Metcalfe pensava si fossero svolte.


Solo leggendo il libro, il lettore scoprirà quale è stata la sorte della Corona per Vivien, invenzione di McEwan, il quale, però, pensa, su sua esplicita indicazione, a un poema del poeta inglese Fuller. Chi vorrà potrà indagare oltre l’interessante intreccio letterario.

 

In ultima analisi, mi preme sottolineare come Quello che possiamo sapere non sia solo un romanzo dicotomico e profetico, ma anche amaramente speranzoso. Nel 2010 McEwan aveva pubblicato Solar, una feroce satira sul cambiamento climatico, filtrata dalla prospettiva egocentrica e ipocrita di un mediocre scienziato. Nel 2025 ci propone una visione del mondo contemporaneo come abitato da «gente di impareggiabile cupidigia, di inimmaginabile litigiosità, pronta a morire per idee buone e cattive allo stesso modo» (pp. 70-71); eppure, scrive anche del pianeta:

 

Ne abbiamo devastato gran parte, ma non tutto. Ed ecco l’altra storia, non quella dei morti ma dei discendenti dei sopravvissuti, che poteva riassumersi in parole tristemente semplici: noi l’abbiamo scampata. […] Una ruota che gira. A ogni caduta, o calamità travolgente, saremmo ripartiti un po’ più in alto. E in questo eterno su e giù, avremmo continuato a scamparla. (pp. 212, 213).