
Lo sbilico nasce da un articolo pubblicato da Pierantozzi nell’aprile del 2024 su “Lucy. Sulla cultura”; un articolo spietatamente autobiografico in cui l’autore si denudava di fronte ai lettori, togliendo ogni copertura alla sua malattia mentale.
Il successo di critica e di pubblico ha portato alla scrittura del volume pubblicato da Einaudi poco più di un anno dopo, che, come specifica Pierantozzi nelle note, non è un libro di autoficion.
Lo sbilico è un vortice: leggendolo si prova la sensazione di avere davanti agli occhi le volute di un gorgo ipnotico che spinge verso il fondo, verso l’abisso. Gli stati allucinatori in cui l’autore vive sbilanciano il lettore in una parte di realtà che differisce da quella che conosce, cioè sbilanciano il lettore fuori dalla normalità. Rimane solo una sensazione di alterità, rimangono le immagini – vivide, illuminate da una fortissima luce al neon – della vita che Pierantozzi conduce. Afferrano il lettore.
Mi sono chiesta perché questo avvenga; perché Lo sbilico è un successo che ci affascina e divoriamo? È puro gusto per lo strano, il diverso? È morbosa curiosità per ciò che fortunatamente non sono io? Ciascun lettore è libero di porsi queste domande e di provare a interrogare la propria coscienza. In ogni caso, io ritengo che le ragioni siano molte altre, prima fra tutte la letterarietà di quest’opera.
Perantozzi è uno scrittore affermato. Di più, colto. Non scrive per dare sfogo alla propria storia, ma per darle un’identità attraverso le giuste parole:
«Sono sempre in cerca di parole assolute, che mettano il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po’ d’ordine nella scompagine che ho in testa». (p.24)
Nelle “parole assolute” non si inciampa per caso, ma sono frutto di studio e ricerca, dei dizionari letti, divorati, assimilati da Pierantozzi da quando un camion vomitò ai suoi piedi molte copie malandate del Dizionario dei sinonimi e dei contrari a cura di Decio Cinti. Tra le righe de Lo sbilico, dunque, incontriamo un lessico che comprende «sfruculiare» e «graspo» (p.31), «azzurreggiare» e «medicamentoso» (p.134), oltre che un buio montano che «sulle rocce è saponoso di luna» (p.137). Senza che ciò sia inteso in senso romantico, le parole sono per Pierantozzi argini al dilagare della confusione, trattini che ordinano le frasi sparpagliate, punti che fissano i pensieri:
«Così, il bambino puzzolente di pomodoro, con il suo microvocabolario, cominciò a mettere in fila la squadra delle sue paure per abitarla con le parole». (p.135)
Ne deriva un romanzo poetico, che coglie l’essenza e la verità, utilizzando il lessico non per commuovere ma per creare immagini precisissime e nitide che inquadrano le situazioni attraverso la modalità “macro” dello zoom.
Tuttavia, se Lo sbilico è poesia, il narrato è assolutamente prosaico: ci muoviamo tra i sudori della palestra di cui Pierantozzi è assiduo frequentatore, tra le cavità e le protuberanze del suo corpo, tra il sangue degli animali della sua infanzia e il latte del seno di sua madre. Ci muoviamo tra gli pischiatri che incontra, i farmaci che assume, il piacere sessuale compromesso e i deliri frequenti che la madre cerca di riportare nel campo della lucidità.
È lei a rivestire il ruolo centrale non solo nel sistema familiare, ma nell’intera vita dell’autore. È lai ad aver perso un figlio appena nato, ad essersi recata al cimitero con il seno grondante di latte e ad essersi ammalata di tumore. È sempre lei a resistere al fianco di Pierantozzi, presente come un porto sicuro: «A quarant’anni dormo ancora con mia madre» è l’incipit del romanzo. Sarebbe interessante poter rivivere questa storia con i suoi occhi e la sua pelle, ma sarebbe anche – credo – terribilmente drammatico.
La normalità prevederebbe la sua morte prima di quella del figlio; così dovrebbe essere nell’ordine naturale delle cose, ma sopravviverebbe il figlio senza di lei e fuori da un ospedale?
«Ma che ne sa il gestore del lido cosa significa sentirsi abusivi nel mondo dei sani e dei normali? che ne sa di cosa significa essere un bambino che aiuta la mamma a pulirsi il latte che le scola dal seno, ogni giorno, sotto la tomba del fratellino deforme? che ne sa non aspettarsi più niente di grande, ma solo una serenità piccola, una citoscopia, una salute piccola, un amore piccolo per un tempo minimo?» (pp. 45-46)
Con Lo sbilico Pierantozzi riflette e ci fa riflettere sull’abisso che separa la sua condizione da quella di normalità, e contemporaneamente le conferisce dignità.
Questo libro a me parla di un’alterità profonda, di una mente diversa in cui posso riconoscermi solo per pochissimi frammenti, ma che è integra, personale, degna.
Mi parla dell’infinità della specie umana e mi suscita domande di senso che non possono trovare risposta; forse, proprio come accade a Pierantozzi.