
Al titolo de Il conte di Montecristo molti sono attraversati da un brivido. Nel caso di chi non ha mai letto il libro, questo brivido é causato per lo più dalla mole considerevole del volume, mentre, per chi lo ha letto, dalla consapevolezza dei mirabili intrighi che ne costituiscono la trama. Il fiume di parole che sgorga dalla penna di Dumas non è affatto inutile prolissità; lo scrittore sfugge a ogni banalità e a ogni spiegazione superflua (ne è prova il fatto che non rivela mai, fino alla fine del romanzo, la vera identità degli alias che il conte adopera), senza lasciare, tuttavia, nulla d’irrisolto nel complesso arazzo che va intessendo. Le tinte di questo lavoro sartoriale sono fosche, poiché sono quelle della vendetta, ma accolgono anche le nuances sfavillanti dei fastosi salotti parigini di metà Ottocento.
Il conte di Montecristo appare dunque come una mutazione genetica del romanzo borghese; innumerevoli sono le scene da salotto e centrale è il potere che il denaro esercita sui personaggi, ma l’elemento che costituisce l’essenza del romanzo è il mare, poiché sono la sua forza e la sua terribilità che scorrono nelle vene del protagonista e lo spingono a perseguire i propri scopi. Interno ed esterno si scontrano come potrebbero scontrarsi la mondanità e la fede, e nell’ambiente lussuoso della Parigi di Luigi Filippo si inserisce il sacro. Quella che vi si abbatte contro non è la vendetta di un uomo ma di Dio, il Dio iroso dell’Antico Testamento: “dall’obiettivo irreligioso della vendetta siamo dunque passati a quello religioso di un riassetto dell’ordine universale” (Guido Paduano).
Questa è l’indubitata convinzione del conte, fino al momento in cui il Fato reclama il proprio ruolo e la crisi subentra alla certezza nell’animo di Montecristo. Un romanzo che spinge a riflettere sulla possibilità di un ordine provvidenziale degli eventi e sul ruolo giocato dal singolo in quest’ordine. Un romanzo, anche, che insegna la pazienza, ma non senza stupore.