
Di fronte a questa lettura si provano sensazioni contrastanti: ci si ritrova immersi fino al collo in un mondo profondamente sgradevole, al limite della distopia, eppure lo si percepisce subito come famigliare. Il protagonista, Jack Gladney, conduce una vita bizzarra, contrassegnata da relazioni e incontri che la rendono irregolare e deviata rispetto alla norma a cui siamo abituati; Jack ha un lavoro quanto meno sui generis (dirige il dipartimento universitario di studi hitleriani che lui stesso ha fondato), ha troppe mogli e troppi figli, e i figli sono troppo arguti, puntigliosi all’eccesso, antipatici. Al contrario, l’ultima moglie, Babette, è un tipo simpatico ma completamente antiestetico, grassoccia, sudata e affamata. I colleghi con cui Jack si trattiene a conversare parlano di argomenti futili o troppo profondi, sono sboccati o eccessivamente attenti al linguaggio, comunque fuori norma.
Tutta questa eccezionalità – intesa propriamente come eccesso rispetto a quanto ci aspetteremmo – risponde ai principi modernisti a cui Don Delillo guarda, tuttavia l’anomalia è solo la patina del romanzo. L’antitesi si produce nel momento in cui il lettore si riconosce nel mondo esploso che l’autore costruisce, calandosi velocemente nei piccoli riti che compongono la quotidianità del professor Gladney e della sua famiglia.
L’effetto si ottiene grazie alla presenza di due divinità che popolano sia il mondo letterario di Delillo sia quello reale, e che rendono questo romanzo fondamentale per l’epoca contemporanea: la tecnologia e la morte. In ultima analisi, l’autore non fa che mostrare le conseguenze che derivano dalla presenza pervasiva di queste divinità nella vita di ciascuno, per questo il lettore non può non identificarsi nella storia di Gladney.
È vero, però, che la tecnologia esiste da quando l’uomo ha iniziato a usare un bastone per cacciare, e la morte anche da prima: perché allora dovrebbero interessare massimamente noi uomini contemporanei?
Cerchiamo di rispondere cercando di dimostrare quanto Rumore bianco sia un libro necessario e partiamo dalla tecnologia.
La tecnica è sempre stata utile all’uomo e indispensabile per il suo avanzamento attraverso gli stadi dell’evoluzione; ben presto gli è arrivata in soccorso anche in ambiti che non concernevano la sua sopravvivenza, con conseguenze di portata rivoluzionaria – basti pensare all’invenzione della stampa.
Già negli anni ’80 del Novecento, tuttavia, la tecnologia è diventata fonte di preoccupazioni e ansie a livello diffuso. Lo spettro della cospirazione che aleggia per tutto il romanzo di Don Delillo e abita le vite dei suoi protagonisti è generato soprattutto dalla tecnologia. Individuare cosa è cambiato nella percezione e nell’uso della tecnica è un compito arduo, ma possiamo almeno evidenziare un dato di fatto: l’incredibile accelerazione che lo sviluppo tecnico ha conosciuto (e continua a conoscere ai nostri giorni) unito a una pervasività capillare degli strumenti tecnici nella vita quotidiana di ognuno. Così, la televisione è l’oggetto centrale di Rumore bianco; guardata con diffidenza o con interesse morboso, comunque è guardata. Di più, è parte integrante della vita, è spettatrice degli eventi di maggiore rilevanza che avvengono nella casa del professore, è il totem della famiglia americana. Accade qualcosa di simile oggi con gli smartphone e domani, forse, accadrà con l’intelligenza artificiale.
La percezione della tecnologia, però, è mutata anche per altri fattori che hanno fatto del Novecento il secolo del non-ritorno: la Seconda Guerra Mondiale, prima vera guerra tecnologica, e lo sgancio della Bomba Atomica. Mai prima di allora la tecnologia era stata così radicalmente strumento di morte, come se l’evoluzione della civiltà umana non potesse che contenere in sé i germi dell’ autodistruzione. Quando in Rumore Bianco il professore teme per la propria vita a causa dell’evento tossico aereo, si sente minacciato da una morte tecnologica, artificiale, più subdola e letale di quella che colpiva i suoi avi, fabbricata dall’uomo con le sue stesse mani. Nelle sue angosce e nelle sue nevrosi si legge il trauma del Novecento che ogni individuo contemporaneo ha come eredità.
«Era come se fossimo stati costretti a riconoscere un secondo tipo di morte. Una reale, l’altra sintetica. Fu l’odore a farci scappare, ma sottesa a esso, e ancora peggiore, risiedeva l’idea che la morte arrivasse in due modi, a volte simultanei, e che il modo come essa penetrava attraverso la bocca e il naso potesse fare una qualche differenza per l’anima» (p. 287)
Si spiega allora perché la paura della morte si allarga tanto da diventare psicopatologia.
Babette afferma: «Mi ossessiona, Jack. Non riesco a togliermela dalla mente. Lo so che non ha senso che io provi una simile paura in maniera tanto cosciente e costante. Ma che cosa posso fare? È lì» (p. 235).
Dunque, il merito maggiore di Don Delillo è quello di essere riuscito a riconoscere questa paura, a dirla apertamente, a sviscerarne le cause e le conseguenze. Sebbene il mondo che tratteggia non sia propriamente il nostro mondo, ci fa sentire compresi nella nostra precaria umanità di uomini contemporanei.