
Una vita come tante, pubblicato da Sellerio nel 2016, è un romanzo che ha fatto discutere davvero molto. Questo mi ha a lungo frenato dall’acquistarlo, soprattutto perché ero consapevole narrasse una storia cruda ed efferata. Il dibattito intorno a questo libro, infatti, verte soprattutto sulla necessità e sulla legittimità di inventare una storia che si basa su tanta sofferenza e violenza.
Credo che prima di approcciarsi al romanzo si opportuno essere al corrente che tratta temi quali l’abuso, l’autolesionismo e il suicidio, poiché non tutti potrebbero voler approcciarsi a questi argomenti, o almeno non in questo momento della loro vita. Tuttavia, questo è solo un aspetto di Una vita come tante, che in realtà parla anche di molto altro.
Prima di approfondire quali temi affiorano da queste pagine, però, vorrei sintetizzare la mia opinione sul romanzo in poche parole, quelle che ho formulato a caldo, appena terminata la lettura: Una vita come tante è un libro impegnativo e importante; ho finito di leggerlo pensando che era valsa la pena di immergermi in questa storia da più di mille pagine e che avrei sentito la mancanza di Jude, il suo protagonista.
Nonostante, dunque, avessi qualche riserva fin dall’inizio e non sia affatto incline a un’esibizione gratuita della violenza in letteratura, il mio parere su questo romanzo è molto positivo. La violenza e il dolore presenti qui, infatti, rendono il romanzo tragico nel senso proprio del termine, sfondano tabù e soglie dell’indicibilità, e spaziano verso i confini dell’umano con grande coraggio. L’effetto è catartico e, come accadeva ai Greci, si distoglie lo sguardo dalla storia con una nuova consapevolezza sulla quotidianità. Non c’è esibizione dell’osceno e del macabro fine a se stessa, sebbene la seconda metà del romanzo si focalizzi in modo insistente sulle terribili condizioni fisiche di Jude. A tratti questa focalizzazione mi è parsa eccessivamente spinta, ma è in parte mitigata dall’atmosfera incantevole che avvolge il penultimo capitolo intitolato Gli anni felici.
Credo che Una vita come tante potrebbe essere accostato ai grandi nomi che Bataille cita ne La letteratura e il male, saggio in cui l’autore francese afferma che “l’uomo non può amarsi fino in fondo se non si condanna”, affermazione che cozza contro il senso comune e il bene stesso, ma alla quale si adatta molto bene il nostro romanzo. Se, dunque, la letteratura secondo Bataille si realizza come trasgressione di quelle realtà solide che gli uomini tendono a chiamare bene ed è il luogo in cui l’esistenza raggiunge l’acme della dissipazione, allora Una vita come tante appartiene a pieno titolo a questo meraviglioso mondo.
Per alcuni lettori è diventata addirittura una sorta di “libro culto”. Questo dipende in buona parte dai gusti personali e per me non lo è. Tuttavia, solo con il tempo scopriremo se questo romanzo potrà essere considerato un classico, se, cioè, continuerà a parlare alla future generazioni con intensità sempre rinnovata. Un aspetto che favorisce una tale aspirazione è il modo in cui il libro è strutturato: l’impianto e la mole sono quelli di un romanzo ottocentesco, con il quale condividono la ricchezza di dettagli e la capacità di assorbire il lettore all’interno della storia, ma le problematiche trattate affondano nella contemporaneità, in ciò che scuote le viscere di noi uomini del terzo millennio. E allora temi generalissimi come il successo, le aspirazioni personali, i legami d’affetto, la percezione di sé e il senso di colpa si trovano tutti messi a fuoco attraverso il filtro della contemporaneità.
Tra questi temi il più importante ed evidente è senza dubbio quello dell’amicizia. La storia che viene raccontata, infatti, è la storia dell’amicizia tra quattro ragazzi, Jude, Malcom, Willem e JB, che si conoscono al college e intrecciano le proprie vite una all’altra. Da ognuno di loro fioriranno talenti e vite eccezionali nelle loro peculiarità e, sullo sfondo di New York, li vedremo alle prese con sogni, ambizioni e volontà di autorealizzazione. Tra questi nomi, tuttavia, il perno centrale del romanzo è costituito da quello di Jude, il cui passato è la grande ombra che avvolge il romanzo e che oscura ineluttabilmente tutti gli anni della sua vita. Jude si identifica con il proprio passato, da cui fa dipendere erroneamente il proprio valore:
Momenti come quello non durano a lungo – a volte, gli basta alzarsi a sedere per ricordare, con la violenza di uno schiaffo in piena faccia, che è lui che appartiene al suo corpo e non viceversa – ma negli ultimi anni, man mano che la situazione peggiorava, ha la vorato sodo per rinunciare alla prospettiva di guarire, un giorno, concentrandosi invece sui rari minuti di tregua e di essere grato, ogni volta che e ovunque il dolore decida di concederglieli.
Anche per questo, Jude non condivide con nessuno il proprio dolore: come potrebbe essere amato altrimenti? Eppure, Una vita come tante è anche una grande storia d’amore senza condizioni, perché c’è chi è pronto ad amare Jude senza riserve e senza compromessi.
Così, il bambino che non aveva mai avuto una casa, si troverà a vivere in molte e splendenti dimore che potrà davvero chiamare “casa”, frutto di scelte coraggiose, del prestigio nel proprio lavoro, ma soprattutto dell’amicizia. Ed è proprio a tale proposito che il libro ci svela un piccolo segreto per la vita – una vita come tante -, quando Willem, ormai attore famoso dice:
«So che la mia vita è significativa perché» - e qui Willem si interruppe, quasi intimidito, e si concesse un istante di silenzio prima di proseguire - «perché sono un buon amico. Voglio bene ai miei amici, mi importa di loro, e credo di renderli felici».