
«Un’epica dei rifugiati» è il modo in cui Hemon definisce il suo libro in un’intervista a Vanni Santoni per la rivista Le parole e le cose, e basta questo a convincerci della necessità di leggere questo romanzo oggi, anche se la storia è ambientata nel Novecento.
Il suo protagonista è Rafael Pinto, ebreo di Sarajevo, giovane appena tornato dagli studi Viennesi allo scoppio della prima guerra mondiale. L’assassinio dell’Arciduca, per quanto permesso da una serie di piccole coincidenze, non poteva essere evitato: Hemon sa bene che nella Storia nulla poteva andare diversamente da ciò che ci ha condotto a questo momento. L’assassinio di Francesco Ferdinando e dalla sua consorte, tuttavia, stravolge per sempre la vita di Pinto, per il quale Sarajevo diverrà la patria abbandonata, la terra di cui la guerra lo ha reso orfano. Pinto è dunque costretto a un pellegrinaggio senza fine attraverso l’Europa e l’Asia, nel freddo della Siberia e nelle tormente di sabbia nel deserto. Ogni capitolo è una tappa, un luogo e un tempo di una vita lontana da ciò che avrebbe potuto essere.
Per questo grande viaggio Hemon afferma di essersi ispirato a libri fondativi delle civiltà come l’Odissea e l’Epopea di Gilgamesh, da cui riprende anche il tentativo di racchiudere all’interno di un unico volume “il mondo e tutto ciò che contiene”. Pinto vive una vita sola, ma i suoi viaggi e i suoi incontri sono così fuori dall’ordinario e straordinariamente dolorosi da indurci a pensare che non siano potuti accadere a un’unica persona. Rafael Pinto, infatti, è l’archetipo dell’esule, l’Adamo di tutti i rifugiati dei nostri tempi.
Per di più, il testo di Hemon condivide con i poemi e i testi sacri la ripetizione cadenzata di frasi, o meglio strofe; ne è un esempio il ritmo sulla creazione del mondo e la sua distruzione a opera dell’Altissimo:
«L’Altissimo continuava a creare mondi e a distruggerli, creare mondi e distruggerli, finché Egli aveva creato questo, e adesso era determinato a distruggerlo esattamente come gli altri. I mondi che avevano preceduto i nostri per poi venire distrutti erano come le scintille che si spandono e muoiono quando il fabbro percuote il ferro con il martello. E quindi eccoci qua, le scintille, ciascuno al proprio posto, ogni cosa al posto suo, a morire mentre le tenebre abbandonano la luce per tornare al principio, komo l’peše en la mar, ah komo l’peše en la mar» (p. 56).
Pinto è ebreo per nascita e per educazione, non per inclinazione personale o valori - vive infatti il suo essere omosessuale come qualcosa che va contro i dettami paterni e della religione. Eppure è ebreo, cita l’Atora ed è all’Altissimo che rivolge le sue preghiere, i suoi pianti e le sue domande, con una tensione teologica che pone al centro uno dei problemi maggiori da sempre: quello della coesistenza tra male e Creatore (forse anche Distruttore?). La domanda è inevitabile dinnanzi allo sfacelo della guerra, alla perdita degli arti, della ragione e dell’umanità, tutti elementi descritti in questo libro con una sapienza poetica, per quanto brutale.
Pinto è immerso in un panorama di orrore senza speranza, ma possiede l’unica cosa che può salvarlo, l’amore per un altro soldato di Sarajevo, Osman. Basta quello a farlo sopravvivere, a fargli attraversare le prove più terribili, ad avere un punto di riferimento nel deserto. Grazie all’amore di Pinto, Osman non muore mai e la sua voce proveniente dall’aldilà accompagna il lettore come un fantasma; in fondo è questo che fa la letteratura, parlare con voci che non si odono più.
«Mi ha attraversato la mente il pensiero che lì da qualche parte tra i mondi potesse esserci una porta socchiusa, e che la voce che sentivo stesse cantando per me dall’aldilà» (p.357).
Osman, infatti, è il cantastorie, colui che nel pieno della guerra rincuora i commilitoni con la straordinaria dote del narrare. Tutti lo ascoltano e sono rapiti da parole che non scorderanno, che si ripeteranno nella loro mente come un mantra salvifico o una ninna nanna. Hemon esplicita l’importanza che attribuisce al raccontare:
«Raccontare storie è una necessità biologica degli umani, non ci sono culture senza storie, così come non ci sono culture umane senza musica, al di là della forma che poi prendono nei vari luoghi o nelle varie epoche. E quando qualcuno si trova scagliato fuori dalla sua casa e dalla sua terra contro la propria volontà, come è accaduto a me ma come era accaduto anche ai miei nonni ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico, molto spesso non può fare altro che aggrapparsi a quelle storie» (dall’intervista a Vanni Santoni per Le parole e le cose).
A questo punto vale la pena specificare che Alexandar Hemon è nativo della Bosnia, naturalizzato americano poiché si trovò bloccato negli Stati Uniti al momento dello scoppio della guerra dell’ex Jugoslavia. Hemon scrive in inglese, quindi in una lingua appresa come lingua seconda, inserendo però all’interno del romanzo intere frasi in altre lingue: tedesco e bosniaco soprattutto, ma anche romeno e una commistione di dialetti asiatici. Siamo di fronte a una vera e propria babele linguistica, che però non confonde chi la ascolta. Pinto non ha alcuna difficoltà a comunicare, nemmeno quando si trova di fronte a un ibrido di parlate molteplici, poiché esse mostrano il suo tortuoso pellegrinaggio nel mondo e nel tempo. Nessuno dopo simili esperienze potrebbe parlare una lingua che non sia mista di diverse inflessioni e prestiti, poiché non rispecchierebbe la sua identità.
Ancora una volta Hemon attribuisce un potere enorme alla parola, non tanto a quella letteraria dello scrittore, ma a quella personale che ognuno usa nelle proprie narrazioni quotidiane.