
È da quando andavo alle scuole medie che leggo D’Avenia e piango sulle sue pagine. Completamente rapita da Bianca come il latte e rossa come il sangue e da Cose che nessuno sa, ho seguito l’evoluzione della sua scrittura, che negli ultimi anni si è colorita di una vena saggistica.
Al termine della lettura de L’appello provo sensazioni contrastanti.
Per essere schietta, ho trovato questo libro un po’ melenso, troppo ricco di metafore, inutilmente utopico e debole dal punto di vista della trama.
Tuttavia, è una lettura che, per chi aspira all’insegnamento, può spronare ad adottare un approccio diverso.
Il proposito del romanzo è quello di presentare una scuola “riformata”, o meglio “rivoluzionata”, in cui la persona sia al centro e non venga lasciato indietro nessuno. D’Avenia ci ricorda l’importanza di essere chiamati per nome e riconosciuti anche in ambito scolastico, perché, diciamocelo, il rischio di ridurre i ragazzi a una mera prestazione è ben presente.
Inoltre, nella scrittura di D’Avenia è presente un dono aforismatico, che fa incappare il lettore in frasi che andrebbero imparate a memoria, come:
“Ho una sola vita e negli ultimi istanti voglio che a passarmi davanti agli occhi sia una sequenza di volti: chi ho amato e le cose che abbiamo costruito insieme. Solo così me ne andrò veramente in pace, potendo dire che nulla è andato sprecato, potendo dire di non aver distrutto più di quanto abbia costruito”. p.276
In conclusione, non il libro migliore di D’Avenia, ma comunque un libro che lascia un segno, grazie al grande amore che il suo autore mette nella scrittura.