
“I morti sono tornati e riempiono la sala. Questa mostra non è altri che una veglia funebre, un funerale.” (p. 145)
Qeto, la narratrice di questa storia, si trova a Bruxelles in occasione della retrospettiva fotografica che celebra l’opera della sua migliore amica, Dina Pirveli. Dina non è alla mostra, che è stata organizzata dalla sorella; c’è soltanto il suo lavoro di fotografa. Ecco la prima mancanza, il primo tassello perduto di un mondo che Qeto racconta a partire dalle foto osservate.
Il libro si sviluppa, dunque, su un duplice piano temporale e spaziale: il presente della mostra fotografica in Belgio e il passato dell’infanzia e della giovinezza vissute in Georgia. Questo riuscito intreccio mostra gli strappi e le ferite dell’esistenza di Qeto, ma anche il profondo radicamento dei ricordi e la continuità di sentimenti che non muoiono.
Arrivata alla retrospettiva, Qeto è in attesa di Ira e Nene, che non vede da trent’anni. Eppure, un tempo non si sarebbe mai immaginata un tale distacco da coloro che erano le sue grandi amiche, insieme a Dina. Si intuisce che è accaduto un fatto la cui gravità non può essere ignorata neanche a distanza di tanti anni e che ha creato una frattura che non si rinsalderà.
Davanti ai propri occhi, però, Qeto vede l’anima della loro amicizia, quella che la macchina fotografica di Dina ha colto e salvato. Di fronte a una delle prime fotografie commenta:
“Sono certa che sia proprio questo il giorno, quello in cui abbiamo fatto irruzione nell’Orto botanico, lo speciale momento in cui per la prima volta nella mia vita ho sentito la felicità sui palmi delle mani e dietro le ginocchia, nell’ombelico e sulle ciglia.” (p. 22)
Il libro si apre così, con la felicità pulsante nelle vene, con il trepidante formicolio di chi sente che la vita, con le sue infinite possibilità, si dispiega davanti a sé e che promette un futuro brillante e luminoso: non ci sono freni ai sogni e all’immaginazione, ma soprattutto alla libertà.
Ma poi la luce manca. Tra il 1988 e il 1993 la Georgia è scossa dai conflitti nelle regioni dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia e dal colpo di stato militare contro il presidente democraticamente eletto Zviad Gamsakhurdia. Tibilisi è insanguinata dalle proteste e stretta nella morsa tremenda delle gang e dell’eroina. Nel cortile di vicolo delle Vigne, dove abitano le quattro amiche, la situazione è tesa e asfittica: dove prima c’era un infinito di possibilità, ora ci sono solo relazioni che ingabbiano. Il fratello di Qeto è in scontro mortale con i due fratelli di Nene, poiché si contendono il controllo del quartiere. Né Qeto né Dina riescono a trovare stabilità e sicurezza in una coppia che le protegga, invece di lasciarle in balia del volere dell’uomo. Ora le foto che Qeto descrive mutano drasticamente.
Manca sempre più la luce della speranza, insieme a quella elettrica, ai soldi e al riscaldamento. Il freddo abita ora nei loro corpi. Che fare? Le quattro amiche cercano, ciascuna a proprio modo, di trovare una strada che le porti lontano da Tibilisi.
Dina, colei che è sempre stata leader e guida del gruppo, sceglie la guerra: va sui campi di combattimento in Abcasia a lavorare come fotoreporter e sviluppa “la dipendenza da una vita fatalmente vicina alla morte” (p. 518).
Qeto si allontana dalla Georgia ma sente di aver irrimediabilmente perso una parte del proprio mondo e della propria identità: “Ho lasciato il mio amore in un mondo che non esiste più” (p. 645).
Quella scritta da Nino Haratischwili è una storia tragica e straordinaria, ma allo stesso tempo costruita di attimi di ordinarietà e quotidianità in cui ciascuno può riconoscersi. Ci parla di crescita, di relazioni, ma anche di anni poco conosciuti della storia europea che hanno strappato i sogni di una generazione. Eppure…
"Nene si accende una sigaretta. «C’era anche tanta bellezza, Qeto» dice, e i suoi occhi sono così pieni di gentilezza e comprensione che vorrei posarle la testa in grembo e lasciarla per tutta la notte." (p. 637)