Alma
Tre giorni per ricordare
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Era molto tempo che Alma non tornava nella città e, forse, se non fosse stato per la misteriosa eredità di suo padre, non ci avrebbe più messo piede.


Con questo meraviglioso romanzo, Federica Manzon, torna nella terra dove è cresciuta, il Friuli , e ci porta nel suo capoluogo, Trieste, proseguendo l’ambientazione di Il bosco di confine, pubblicato nel 2020.

Anche qui troviamo la mescolanza di lingue propria dei luoghi di crocevia, la figura del padre che segna nettamente il futuro della figlia, il senso di libertà e il vezzeggiativo shatzi; stavolta, però, il viaggio che la protagonista compie è più che altro temporale. Infatti, la storia che scopriamo è quella del passato di Alma, che ci parla dei vari mondi che ha attraversato.


C’era la casa dei nonni, con la loro sofisticatezza e precisione intellettuale: i rappresentati della vecchia Europa, ovvero di «un umanesimo fatto di passione per la letteratura e l’atmosfera bohémien del teatro, le passeggiate metropolitane e i pensieri concepiti con scintillio cristallino» (p. 50). Ma questa casa è anche il luogo dove «le questioni dell’anima sono semplicemente una mancanza di studio, di educazione o di saper vivere» (p. 86), ed è per questo che la madre di Alma ne è scappata, sposando l’uomo sbagliato e ritirandosi sul Carso con i matti, a fare la rivoluzione che porterà alla legge Basaglia e alla chiusura dei manicomi.


Dentro la casa sul Carso all’assenza del padre si unisce per Alma la presenza di Vili, che viene da oltre il confine ed è figlio di dissidenti del regime titino. Con lui i ricordi d’infanzia diventano più nitidi e contemporaneamente sfaccettati. Ora Alma non ricorda più soltanto frammenti di immagini e colori, pezzi del maresciallo Tito e di un quaderno blu; ora c’è la vividezza dei bagni ai Topolini, delle estati passate in compagnia di amici dai nomi mai dimenticati, e di nuove passioni che si accendono. Alma è cresciuta e, intanto, la dittatura di Tito è morta.


Nei tre giorni che trascorre a Trieste, rivive tutto come se fosse estremamente presente, forse proprio per le conseguenze che le sue radici, che non hanno attecchito su nessun terreno, hanno sull’oggi.

«E a lei pare di essere su un’altalena che vola in alto senza bisogno di spingersi, senza avere le vertigini. I giornali dicono che è sempre più importante appartenere a un territorio, meglio se per diritto di sangue. Lei non saprebbe dire dove sta la sua appartenenza, neanche la sua città lo sa» (p. 232).

La storia di Alma prosegue ed è incredibile come sia composta di vuoti, di gesti e parole mancati, la cui possibilità inespressa ci viene rivelata da un dettato magistrale, che rivela la bellezza dei pensieri indiretti.

Man mano che cresce, il suo pensiero sulla realtà si fa sempre più lucido, fino a delimitare il confine tra chi sono i buoni e chi i cattivi nella guerra che intanto è scoppiata sotto gli occhi del «famigerato Occidente» che «sta per voltarsi dall’altra parte lasciando fare, come se quello che sta per accadere fosse tutto sommato un prezzo dovuto per chiudere una volta per tutte la scocciatura balcanica, che rischia di diventare un danno alla coscienza democratica» (p. 220).

Anche se è facile confondere chi sta dalla parte del giusto e, fino alla fine del romanzo, al lettore attendono scoperte inaspettate.

 

Manzon ci porta nel cuore pulsante dell’Europa, parlandoci di una storia recente che ci apparirebbe lontanissima, non fosse che queste zone oggi sono nuovamente lambite dalla guerra.

Con pochi accenni, l’autrice ci riconduce al tempo presente e ci induce a rifletterci sopra con una delicatezza magistrale.

Questo fa di Alma un libro che sarebbe davvero bello far leggere a scuola, magari ai ragazzi e alle ragazze di una quinta superiore.


La bellezza del romanzo è stata celebrata nel 2024 dalle vincite dei premi Campiello, Alassio e Stresa.