La vita davanti a sè
«Eravamo tutto quello che avevamo al mondo e almeno questo l’avevamo salvato»
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Momò e Madame Rosa, al sesto piano di uno squallido palazzo delle banlieu di Belleville, a Parigi, fanno coppia fissa ormai da dieci anni.


Madame Rosa “faceva la vita” ma da qualche anno, anche a causa dei suoi novantacinque chili, si è dovuta ritirare e ha iniziato a occuparsi dei figli delle prostitute, dato che le madri, per legge, non possono farlo*. Momò è uno di loro, ma, mentre gli altri marmocchi a volte vengono prelevati dalle madri che vogliono trascorrere del tempo insieme, lui sua madre non l’ha mai vista e non sa nemmeno di chi si tratti. Dei padri, naturalmente, di solito non si vede nemmeno l’ombra.


Madame Rosa si occupa dei marmocchi dietro compenso e, in verità, spesso tocca a Momò, che è il più grande, occuparsi della pulizia dei più piccoli e di altre incombenze.

Madame Rosa, inoltre, è molto brutta: un donnone obeso, con il fiato corto quando sale le scale, imbellettato con troppo trucco blu e rosso. Momò lo riconosce apertamente: a volte Madame è davvero disgustosa, così come lo è vivere in quel posto.


Eppure è l’unica cosa che lui possieda, l’unica persona a cui sia davvero legato. Momò lo dice con candore e con senza inibizioni: non è una gran vita quella che fa, ma è la sua e, almeno, non è solitaria. Inoltre, ha imparato diverse cose: alcune gliele ha insegnate il signor Hamil – tutto ciò che sa sul Corano e su Victor Hugo proviene dall’anziano signore – altre Madame Lola, che si imbelletta dopo essersi rasata la barba. I principi fondamentali comunque li conosce, per esempio, sa che non deve bucarsi e che la felicità della coca è da evitare a ogni costo. E dire che Momò ha solo dieci anni, o per lo meno crede di averne dieci, dato che non è mai “stato datato”.


Il libro prende corpo grazie alla voce di questo bambino abituato a una vita che non dovrebbe avere nulla a che fare con l’infanzia, un bambino che parla in tono smaliziato e indecoroso, l’unico che conosca. La lingua di Momò, costellata di errori, di espressioni sbagliate e di termini del gergo della prostituzione, costituisce la vera porta di accesso che al mondo a cui Romain Gary ci vuole introdurre. Un mondo dove l’ironia giunge rapidamente al grottesco e che guardiamo con occhio necessariamente straniato, ma che odora di autenticità – qui sta la grandezza dello scrittore.


Al sesto piano del condominio di Belleville si sente l’olezzo nauseabondo degli escrementi che si mischia a quello dolciastro del profumo di cui Madame Rosa fa un uso eccessivamente abbondante. È un luogo da cui Momò dovrebbe voler fuggire; eppure resta e resterà fino alla fine, fino a quando per quelle stanze si inizierà a respirare anche l’odore della morte.

 

«Ogni mattina ero contento di vedere che Madame Rosa si svegliava perché avevo dei terrori notturni, avevo una fifa blu di trovarmi solo senza di lei» (p. 50).

In questo scenario, Momò e Madame Rosa ci mostrano cosa significa davvero l’amore: restare.

L’affetto che li lega è viscerale, poiché è quello di chi non ha nessun altro al mondo. Così, quando Madame Rosa diventa troppo malata per poter restare nel proprio appartamento, sarà il bambino a evitare che venga trasportata all’ospedale per rimanervi come un vegetale, assecondando la sua volontà. La riflessione sull’eutanasia che emerge da queste pagine è elementare e, per questo, lucidissima: è uno dei più bei lasciti di questa lettura.

 

«Io trovo che quel tale che in America ha battuto il record mondiale come vegetale è ancora peggio di Gesù, perché sulla croce c’è rimasto diciassette anni e rotti» (pp. 188-189).

 

Romain Gary pubblica La vita davanti a sé nel 1975 sotto lo pseudonimo di Émile Ajar., cosa che gli permette di vincere per la seconda volta il prestigioso premio Goncourt, che per regolamento può essere vinto da un autore per una sola opera. È il 1980 quando Romain Gary si suicida dopo aver spedito una lunga lettera al suo editore in cui confessa verità sulla doppia identità che alla fine lo ha divorato.


Questo romanzo è il coronamento della mescolanza di dolcezza e amarezza che caratterizza l’esistenza:

«Una cosa che mi è sempre sembrata strana è che le lacrime sono state previste nel programma. Vuol dire che era previsto che noi piangessimo. Bisognava pensarci. Un costruttore che si rispetti non avrebbe mai fatto una cosa simile» (p. 55).

*«Le prostitute di cattivi costumi non hanno diritto all’educazione dei figli per colpa della perdita della patria potestà. Con questo trucco le possono tenere legate e far cantare per anni, sono disposte a tutto per non perdere il marmocchio» (p. 48).